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Le forme elementari della vita religiosa di Durkheim: sacro, profano e totem | ||||||||||||||||||||||||||||||||||||
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Le forme elementari della vita religiosa di Durkheim: sacro, profano e totemCosa stampare Con "Margini: predefiniti" compaiono anche i numeri di pagina. SlideScegli il taglio Lampo10 slideIl filo essenziale, per presentarlo in classeCompleta14 slideTutti i capitoli e gli approfondimentiTutte e due hanno le note del relatore. In 30 secondi lettura lampoNel 1912 Émile Durkheim pubblicò un libro per capire che cos'è la religione partendo da quella che, con le conoscenze del suo tempo, giudicava la più semplice: il totemismo dei clan australiani. Per lui ogni religione separa il mondo in cose sacre, protette da divieti, e cose profane, e riunisce chi ci crede in una comunità morale. Il totem è il simbolo del clan e insieme del suo dio, e da qui Durkheim conclude che il dio del clan è il clan stesso. Antropologi come Evans-Pritchard e van Gennep hanno contestato i suoi dati e il suo metodo, ma diversi studiosi hanno poi ripreso la sua idea di una religione radicata nella società. Punti Chiave
L'ApprofondimentoLe forme elementari della vita religiosa è l’ultima opera di Émile Durkheim, uscita a Parigi nel 1912 col sottotitolo Il sistema totemico in Australia; la traduzione italiana, secondo Treccani, è del 1963. L’IEP la considera la più importante delle sue grandi opere. Durkheim la scrisse negli anni della Sorbona, dove insegnava dal 1902. Il libro si apre con un’introduzione e si chiude con una Conclusione. In mezzo ci sono tre parti: il Libro I affronta le questioni preliminari, il Libro II le credenze (il totem, il principio totemico, l’anima, gli spiriti e gli dèi), il Libro III i riti. Nell’indice Durkheim dichiara due scopi. Il principale è analizzare la religione più semplice che si conosca per individuare le forme elementari della vita religiosa; il secondo è spiegare da dove vengono le «categorie», le nozioni di base con cui pensiamo. La definizione di religione secondo DurkheimPrima di proporre la sua definizione, Durkheim scarta quelle in circolazione. Rifiuta di legare la religione alla credenza negli dèi o negli spiriti, perché in alcune grandi religioni quell’idea manca o conta poco. Il suo esempio è il buddhismo, dove l’essenziale è la salvezza, raggiunta conoscendo e praticando la dottrina. Mette da parte anche il soprannaturale e il mistero, un’idea che per lui non appartiene alle origini. I fenomeni religiosi, scrive, si dividono in credenze e riti. Le credenze sono rappresentazioni, modi di pensare; i riti sono modi di agire stabiliti. Ad accomunare ogni pensiero religioso è la divisione del mondo tra sacro e profano. Sacro non vuol dire soltanto divino, perché una roccia, un albero, una sorgente o una casa possono diventarlo. Tra i due ambiti c’è una differenza assoluta, di natura, e Durkheim scrive che nemmeno il bene e il male si oppongono in modo così netto. Nella sintesi dell’IEP il sacro va tenuto al riparo dal profano, che lo profanerebbe. Nel primo capitolo arriva la definizione. Chi aderisce a una religione, per Durkheim, condivide credenze e pratiche collegate tra loro, che hanno per oggetto cose sacre, cioè messe da parte e vietate; e quelle credenze e pratiche fanno dei fedeli una sola comunità morale, che lui chiama «Chiesa». L’IEP vi legge tre elementi che ogni religione possiede: una comunità morale, degli oggetti sacri e le credenze e pratiche che li riguardano. Per Durkheim la Chiesa pesa quanto il resto, perché mostra che la religione è un fatto collettivo. La Chiesa segna anche il confine con la magia. Le credenze magiche possono essere diffuse quanto quelle religiose, eppure chi le condivide non forma un gruppo.
Nella costruzione della definizione di sacro, secondo Filoramo (Treccani, 1997), contarono molto due allievi di Durkheim, Henri Hubert e Marcel Mauss. Durkheim aveva già scritto nel 1899 un saggio sulla definizione dei fenomeni religiosi, poi superato da quella del 1912. Perché proprio il totemismo australianoIn apertura Durkheim dichiara di voler studiare e spiegare la religione che, con le conoscenze del suo tempo, considerava la più semplice; la chiama «primitiva», col lessico dell’epoca. Per lui un sistema religioso è elementare quando si trova nelle società con l’organizzazione sociale più semplice che si conosca. Le ragioni per scegliere l’Australia sono due: sul totemismo australiano esisteva la documentazione più completa, e l’organizzazione in clan di quelle tribù gli sembrava la più semplice tra quelle note. Come termine di confronto usa i popoli nativi del Nord America, dove il totemismo era stato osservato per la prima volta. Anche la parola «totem», ricorda Treccani, viene dalla lingua degli Ojibwa e fu adottata in inglese da John Long nel 1791. Secondo l’IEP la scelta era di metodo: in una forma semplice gli elementi essenziali della religione si sarebbero visti meglio. Durkheim, aggiunge l’IEP, cercava le forze sociali che fanno nascere la religione in condizioni diverse, e non il momento esatto in cui era comparsa. Durkheim non fece ricerca sul campo. I riti delle tribù dell’Australia centrale li conosceva dalle osservazioni di Spencer e Gillen, di Schulze e di Strehlow. Il totem, nome ed emblema del clanNel libro il totem è prima di tutto il nome del clan, e insieme il suo emblema, qualcosa di simile a uno stemma. Il clan stesso, per Durkheim, è un gruppo di parenti che si riconoscono tali solo perché portano lo stesso nome. Durkheim paragona il totem a una bandiera, il segno visibile con cui ogni clan si distingue dagli altri.
Durkheim esclude anche che il totemismo sia un culto degli animali. Chi appartiene al clan non si rivolge all’animale totemico come un fedele al suo dio, perché fa parte anch’egli del mondo sacro, e i due stanno quasi alla pari. A volte l’uomo dispone dell’animale come di una cosa propria: è uno degli argomenti che Durkheim usa contro Tylor e Wundt. Il dio del clan è il clan stessoIl totem, osserva Durkheim, simboleggia due cose insieme: il dio e il clan. Se è il simbolo di entrambi, il dio e la società sono la stessa cosa. Il principio totemico, che fa da «dio» del clan, è dunque il clan stesso: i suoi membri lo pensano come un essere e gli danno la forma dell’animale o della pianta del loro totem. Una società possiede tutto ciò che serve a suscitare il sentimento del divino, spiega Durkheim, perché i suoi membri ne dipendono e la sentono superiore, come i fedeli con il loro dio. L’IEP la condensa in una formula, la religione come società che adora sé stessa; per i singoli, aggiunge, è il modo di raffigurarsi il gruppo e il proprio legame con esso. Come caso vicino a sé Durkheim cita i primi anni della Rivoluzione francese, quando l’opinione pubblica trasformò in cose sacre la Patria, la Libertà e la Ragione.
Per Durkheim, nella lettura di Filoramo, il sacro è una qualità culturale e sociale: un oggetto lo riceve a prescindere dalle sue proprietà naturali e dalla sua utilità. L’oggetto è solo il luogo in cui il sacro si manifesta, e così i simboli sacri cambiano quando cambia la società. Filoramo ricorda anche che il sacro è contagioso, soprattutto nel suo lato negativo, quello del tabù. Nel Libro III Durkheim vede in questa contagiosità una delle ragioni del sistema di divieti che separa sacro e profano. L’effervescenza collettivaLa vita delle società australiane, secondo Durkheim, alterna due fasi. In una la popolazione vive dispersa in piccoli gruppi che cacciano, pescano e raccolgono il cibo. Nell’altra si raduna in luoghi stabiliti per le cerimonie religiose, il «corrobori», che durano da qualche giorno a qualche mese. Riunite insieme, scrive Durkheim, le persone arrivano presto a un’esaltazione fuori dal comune, come se tra loro passasse una sorta di «elettricità». Ogni emozione espressa rimbalza sugli altri e si ingrandisce, come una valanga che cresce scendendo. Per l’IEP è il pensare e l’agire all’unisono di quei momenti a unificare il gruppo. Durkheim avanza la sua ipotesi con cautela: l’idea religiosa sembra nata proprio da questi stati di effervescenza collettiva. A sostegno nota che in Australia l’attività religiosa si concentra quasi tutta nei periodi di raduno. Le due fasi diventano i modelli dei due mondi. La vita ordinaria e dispersa fa da modello al profano; quella dei raduni, carica di forze straordinarie, al sacro. Nella lettura dell’IEP la forza collettiva viene poi proiettata su un oggetto visibile, che diventa sacro.
La religione è vera a suo modoDa questa spiegazione Durkheim ricava che nessuna religione si può dire falsa: ognuna risponde a condizioni reali dell’esistenza umana. Il credente che sente di dipendere da una forza morale più grande di lui, per Durkheim, non sbaglia: quella forza è la società, e c’è davvero. Lo stesso vale per l’esaltazione provata nei riti, che è vera e nasce dal gruppo, una forza che sta fuori e sopra il singolo. Per l’IEP è il motivo per cui Durkheim non liquida la religione come fantasia: tutte le religioni, almeno simbolicamente, sono vere. Nella Conclusione Durkheim distingue ciò che resta da ciò che passa. Nel culto e nella fede vede qualcosa di «eterno», che durerà più a lungo dei simboli in cui le singole religioni si sono espresse. La funzione di spiegare il mondo è invece destinata a ritirarsi davanti alla scienza, e la parte speculativa della religione sembra più trasformarsi che sparire. Del suo 1912 scrive che «i vecchi dèi invecchiano o muoiono, e altri non sono nati». Una società, aggiunge, quando si forma e quando si rinnova crea sempre degli ideali. I riti: culto negativo, culto positivo e riti piaculariPer Durkheim, nella lettura dell’IEP, la credenza da sola non basta: la forza collettiva va rigenerata periodicamente, e lo fanno i riti. L’IEP vi comprende anche funerali, danze della pioggia e feste nazionali, con uno scopo comune, riaffermare l’unità del gruppo. Il Libro III li ordina in famiglie.
Il nome «piaculare» viene dal latino piaculum, espiazione. Per Durkheim ogni disgrazia, presagio negativo o motivo di angoscia richiede un rito di questo tipo, e l’esempio principale del libro è il lutto. Il lutto rituale, scrive, è un dovere imposto dal gruppo oltre che l’espressione di un dolore privato: nei riti descritti ci si lamenta anche perché si è tenuti a farlo. Le categorie del pensiero nascono dalla vita socialeIl secondo scopo del libro riguarda le categorie, le nozioni che i filosofi, da Aristotele in poi, hanno posto alla base del pensiero: tempo, spazio, genere, numero, causa, sostanza, personalità. Per Durkheim sono rappresentazioni collettive, nate dalla vita del gruppo e modellate sulla sua organizzazione, e le principali sono nate nella religione e dalla religione. L’IEP fa due esempi: la categoria di tempo poggia sul ritmo della vita sociale, quella di spazio sul modo in cui il gruppo si dispone sul territorio. Durkheim precisa che un’origine sociale non toglie alle idee di tempo, spazio e causa il loro valore oggettivo. Steven Lukes, riporta l’IEP, gli ha rimproverato di non distinguere la capacità di pensare per categorie dal loro contenuto, per esempio dal modo in cui si divide il tempo. Durkheim stesso riassume la conclusione generale del libro così: la religione è un fatto eminentemente sociale. Nella Conclusione sostiene anche che il totemismo australiano contiene già le grandi idee e i principali tipi di rito delle religioni più complesse, dalla coppia sacro-profano all’anima, dal sacrificio ai riti di lutto. Le critiche: dati, metodo, sacro e profanoThomassen (2017) ricorda che il libro ricevette lodi e critiche fin dall’uscita. Le obiezioni, secondo l’IEP, hanno colpito il metodo, l’interpretazione dei dati etnografici e l’effetto di minare la religione tradizionale. Sui dati si sofferma Evans-Pritchard, in un saggio uscito postumo nel 1981. Ricorda che nessuno nella cerchia di Durkheim, lui compreso, conosceva di persona i popoli di cui scriveva, e che i resoconti di Spencer e Gillen sugli Arunta furono quasi l’unica base di Durkheim; di nessuno dei due, aggiunge, ha trovato prove che ne parlasse la lingua. Dice anche di credere che i dati australiani siano serviti a illustrare una teoria già pronta. Il problema del campione era stato sollevato presto. Nel 1913 Malinowski, nella sua recensione, trovava molto serie le obiezioni a conclusioni così ampie tratte da un solo caso, e nel 1915 Goldenweiser trovò poco felice che Durkheim si affidasse quasi soltanto all’Australia, con dati così imperfetti. Secondo Thomassen perfino Radcliffe-Brown, vicino a Durkheim, scrisse in una lettera a Mauss che le parti etnografiche poggiavano su una serie di fraintendimenti. Altre obiezioni toccano la teoria. Evans-Pritchard considera falsa la dicotomia sacro-profano: un’opposizione concettuale che non ha osservato nei fatti, che non gli è mai servita nelle sue ricerche sul campo e che non lascia spazio alle zone intermedie. Malinowski aveva già dubitato che valesse fuori dall’Australia centrale. Per Evans-Pritchard i totem sono sacri solo per una parte della comunità, e Durkheim non porta prove che gli dèi siano stati un tempo totem né si chiede mai che cosa sia il totemismo. Tra le confusioni più gravi mette l’uso ambiguo della parola «primitivo», e giudica privo di senso considerare gli Aborigeni dell’Australia centrale «più primitivi nel tempo» di chiunque altro. Ritiene in parte giustificata anche l’accusa di aver trattato la società come una cosa. La recensione di Arnold van Gennep, l’autore de I riti di passaggio (1909), uscì nel gennaio 1913 sul Mercure de France, e Thomassen la descrive come mordace e sarcastica. Van Gennep conosceva a fondo le fonti australiane, e secondo Thomassen sosteneva che nel libro mancasse una vera teoria e che Durkheim offrisse un’astrazione «metafisica» da studioso a tavolino. Contestava che Durkheim collocasse gli Arunta a un certo stadio di sviluppo, una scorciatoia per arrivare alle origini, e faceva notare che i suoi lavori su riti, totemismo e miti australiani erano stati ignorati. Nel 1920, ricorda Evans-Pritchard, osservò che il totemismo manca in popoli che allora si ponevano ancora più in basso degli Aborigeni centrali nella «scala della civiltà». Anche la categoria di totemismo è stata messa in discussione. Goldenweiser ne aveva segnalato i contorni sfuggenti già nel 1910, e nel 1962 Claude Lévi-Strauss, secondo Treccani, mostrò che era una proiezione degli studiosi sui materiali non europei: il totemismo andava letto anzitutto come un modo di classificare il mondo. Negli stessi anni del libro di Durkheim, con Totem e tabù (1912-1913), Freud ne cercava la radice nel complesso edipico. Che cosa è rimasto del libroNonostante le critiche, riporta l’IEP, l’idea che la religione abbia una base sociale è stata ripresa da diversi studiosi, tra cui Randall Collins, che ha sviluppato l’analisi del rito di Durkheim in una microsociologia. Tra il 1937 e il 1939 il Collegio di sociologia di Caillois, Bataille e Leiris ne riprese il legame tra sacro ed effervescenza collettiva. Nel 2017 Thomassen lo definiva l’opera più citata e usata nella sociologia della religione, ancora letta nei corsi universitari. PresentazioneSlide pronte da scaricare e fare tue in PowerPoint o Google Slides, con le note del relatore. Scegli il taglio Lampo o quello Completo. ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() Falsi miti
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Domande e risposteCome definisce la religione Durkheim?Nel primo capitolo delle Forme elementari della vita religiosa (1912) Durkheim descrive la religione come un insieme di credenze e pratiche coerenti tra loro, rivolte a cose sacre (messe da parte e circondate da divieti), che lega i suoi fedeli in una comunità morale: la «Chiesa». Per lui la comunità conta quanto le cose sacre, perché fa della religione una realtà di gruppo. Che cos'è l'effervescenza collettiva secondo Durkheim?È l'esaltazione che si produce quando un gruppo si riunisce per le cerimonie, come i raduni (corrobori) delle tribù australiane: ogni emozione passa agli altri e si ingrandisce. Secondo l'ipotesi di Durkheim l'idea religiosa sembra nata in momenti come questi, e fa della vita dei raduni il modello del sacro. Qual è la differenza tra sacro e profano per Durkheim?Il sacro è ciò che viene separato e protetto da divieti, il profano è la sfera ordinaria da cui il sacro va tenuto lontano. Durkheim considera la loro distanza assoluta, di natura, e la lega a due modi di vivere: la vita dispersa di tutti i giorni e quella intensa dei raduni. Quali sono le critiche principali alle Forme elementari della vita religiosa?Malinowski nel 1913 obiettò che conclusioni così ampie poggiavano su un solo caso, gli Arunta. Van Gennep, nello stesso anno, negò che nel libro ci fosse una vera teoria. Evans-Pritchard ha contestato l'uso dei dati di Spencer e Gillen, l'ambiguità della parola «primitivo» e l'utilità della coppia sacro-profano. Ogni Recap passa da una revisione indipendente prima della pubblicazione. |












