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    recaplica Definizione di cultura in antropologia, da Tylor a Geertz
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    Definizione di cultura in antropologia, da Tylor a Geertz

    Di Redazione Recaplica · Aggiornato il 23 ottobre 2026

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    Per gli antropologi la cultura è il modo di vivere che una persona impara crescendo in un gruppo, con le sue conoscenze, credenze, regole e abitudini. Secondo Francesco Remotti la prima definizione compiuta in questo senso la dà l'inglese Edward B. Tylor nel 1871. Così intesa, una cultura ce l'ha anche chi non ha mai studiato, come chiunque viva in una società. Franz Boas sposta lo sguardo sulle culture al plurale, Malinowski lega la cultura ai bisogni e Geertz ai significati. Negli anni Novanta e Duemila le critiche al concetto crescono dentro l'antropologia, perché fa pensare a gruppi chiusi e compatti.

    Punti Chiave

    • Nel senso comune «cultura» vuol dire istruzione; in antropologia indica il modo di vivere condiviso da un gruppo, e riguarda chiunque ne faccia parte.
    • La parola viene dal verbo latino colere, coltivare; secondo Brumann, che riprende Hahn, il primo a usarla per i costumi di intere società fu Samuel von Pufendorf nel 1672.
    • Tylor, in Primitive Culture (1871), descrive la cultura come un insieme complesso di conoscenze, credenze, arte, morale, diritto, costumi e abitudini acquisite vivendo in società.
    • La cultura si impara e non si eredita con i geni: il processo con cui la si assorbe crescendo si chiama inculturazione.
    • Boas studia ogni cultura come frutto della sua storia; da quella scuola viene il relativismo culturale, opposto all'etnocentrismo descritto da Sumner nel 1906.
    • Per Malinowski la cultura risponde ai bisogni, per Geertz (1973) è una trama di significati; dagli anni Novanta il concetto è sotto critica dentro l'antropologia.

    I numeri chiave

    • 1672 Samuel von Pufendorf applica la parola «cultura» alle usanze di popoli interi, il primo secondo Hahn (2002), citato da Brumann. Fonte: Christoph Brumann, The Open Encyclopedia of Anthropology (2026)
    • 1871 Esce a Londra Primitive Culture di Edward B. Tylor, che per Remotti contiene la prima definizione antropologica completa. Fonte: Tylor, Primitive Culture (1871); Remotti, Enciclopedia delle scienze sociali Treccani (1992)
    • 1991 Lila Abu-Lughod pubblica Writing against culture, per Brumann la formulazione più sintetica della critica al concetto. Fonte: Christoph Brumann, The Open Encyclopedia of Anthropology (2026)

    L'Approfondimento

    Cultura nel senso comune e nel senso antropologico

    Nell’italiano di tutti i giorni un «uomo di cultura» è una persona istruita. Il Vocabolario Treccani mette questo significato al primo posto: le conoscenze che uno si costruisce studiando e facendo esperienza. Alle scienze sociali la Treccani dedica un significato a parte, più tecnico, che abbraccia le attività materiali con cui un gruppo vive accanto ai suoi modelli di comportamento, ai simboli, alle credenze e ai valori.

    Francesco Remotti, che ha scritto la voce «Cultura» dell’Enciclopedia delle scienze sociali (1992), tiene ben separate le due idee. Quella classica è un ideale di formazione della singola persona e indica come si dovrebbe essere; tocca solo alcune persone di alcune società. Quella moderna, affermata dalle scienze sociali, descrive come vivono i gruppi umani e riguarda chiunque faccia parte di un gruppo. Quando si parla della cultura maori o della cultura dei giovani si usa questo secondo senso, che con l’essere colti o incolti non ha niente a che vedere. Christoph Brumann, autore della voce «Culture» dell’Open Encyclopedia of Anthropology (2026), osserva che nell’uso comune la parola richiama l’arte e le buone maniere; per l’antropologia copre molto di più, cioè i comportamenti, i sentimenti e i modi di pensare che i membri di un gruppo hanno in comune.

    Esempio pratico: chi dice «mio nonno non ha cultura, ha fatto solo la quinta elementare» usa il senso classico. Per un antropologo quel nonno ha una cultura come chiunque altro: la lingua che parla, le feste che rispetta, il cibo che considera normale, il modo in cui saluta i vicini.

    Gli antropologi usano la parola anche in due numeri. Al singolare indica la cultura umana nel suo complesso; al plurale le culture di gruppi specifici, che per Brumann possono essere i giapponesi, i ciclisti o i fornai.

    Da colere a Pufendorf, la storia della parola

    Cultura viene dal latino, dal verbo colere, coltivare, con il participio passato cultus. Remotti ricorda che il verbo copriva molte azioni: venerare una divinità, coltivare la terra, esercitare una facoltà, abitare un luogo, ornare il corpo. Da questa immagine agricola nascono entrambe le idee di cultura. Cicerone, nelle Tusculanae disputationes, chiama la filosofia cultura animi, coltivazione dell’animo, ed è il senso classico che arriva fino al nostro «uomo di cultura».

    Brumann ricostruisce il passaggio in un altro modo. All’inizio la parola indica i prodotti della coltivazione, come i raccolti o le colture di batteri, e poi i frutti del coltivare sé stessi. Il primo a usarla per i costumi e le abitudini di intere società, secondo uno studio di Hahn (2002) che Brumann cita, fu il filosofo tedesco Samuel von Pufendorf nel 1672. Attraverso pensatori come Herder questo uso arriva ai fondatori dell’antropologia nell’Ottocento.

    Con Herder nella cultura entrano anche oggetti come archi e frecce. In lui Remotti vede già l’idea che le forme di vita umane siano molte e non si lascino ridurre a una sola, la radice delle culture al plurale.

    La definizione di Tylor del 1871

    Nel 1871 l’editore John Murray pubblica a Londra Primitive Culture dell’inglese Edward B. Tylor. Il primo capitolo si apre con la definizione. Cultura e civiltà, intese in senso etnografico largo, formano per Tylor un insieme complesso: conoscenze, credenze, arte, morale, diritto, costumi e qualunque altra capacità o abitudine che una persona prende in quanto membro di una società. Remotti la considera la prima definizione compiuta di cultura in senso antropologico.

    Nella lettura di Remotti la definizione contiene alcune idee che restano. La cultura si acquisisce e non passa per via genetica, e si impara proprio perché si appartiene a un gruppo sociale. Comprende poi molte attività, ben oltre quelle intellettuali che contavano per i filosofi.

    Tylor però guarda la cultura con gli occhi dell’evoluzionismo. Le somiglianze tra le civiltà dipenderebbero da cause uniformi, e i diversi gradi di civiltà sarebbero stadi di uno sviluppo, ognuno figlio della storia che lo precede. Lo stesso Tylor dichiara di dedicare i due volumi soprattutto al confronto tra le tribù che chiama inferiori e le nazioni che chiama superiori: la gerarchia tra i popoli è parte del suo impianto.

    AutoreAnnoL’idea di cultura
    Edward B. Tylor1871Un insieme complesso di conoscenze, credenze, arte, morale, diritto e costumi acquisiti in società
    Alfred L. Kroeber1917Ciò che l’essere umano acquisisce invece di averlo dal corpo, come le pellicce al posto del pelo
    Bronisław Malinowski1931Anzitutto la risposta ai bisogni biologici, dove ogni usanza ha un compito
    Franz Boas1940 (raccolta di scritti)Anche le emozioni, oltre alle conoscenze, dipendono dalla vita sociale e dalla storia di un popolo
    Clifford Geertz1973Un sistema di simboli, una trama di significati che orienta il comportamento
    Christoph Brumann2026Una cassetta degli attrezzi di risposte collaudate, che cambia di continuo

    La cultura si impara: inculturazione e acculturazione

    Alfred L. Kroeber spiega il concetto antropologico di cultura nel saggio The superorganic, del 1917, con un esempio preso dall’Artico. Gli altri mammiferi che ci vivono hanno il pelo folto; l’essere umano si copre con le pellicce degli animali. Anche la lingua, per Kroeber, si acquisisce interamente ed è un prodotto della società.

    Esempio pratico: un neonato francese che cresce in Cina, nell’esempio riportato da Remotti, impara la lingua e la cultura cinesi esattamente come i bambini cinesi della sua età.

    Il nome di questo processo è inculturazione. Nelle scienze umane indica l’assimilazione della propria cultura durante la socializzazione, soprattutto nell’infanzia. Melville J. Herskovits, nel 1955, parlava di enculturazione: ognuno legge la propria esperienza attraverso la cultura in cui è cresciuto. Remotti osserva che con l’età diventa sempre più difficile fare propria una cultura diversa da quella in cui ci si è formati.

    La Treccani mette in guardia da una confusione. Acculturazione è un’altra cosa: il cambiamento che la cultura di un popolo subisce per il contatto con altri popoli, e a volte la si usa male al posto di inculturazione.

    Boas e le culture al plurale

    Franz Boas, etnologo tedesco nato a Minden nel 1858 e morto a New York nel 1942, porta l’antropologia lontano dall’evoluzionismo e dal metodo comparativo. Per lui ogni cultura nasce dalla propria storia interna e dai rapporti con le culture vicine. Nel libro The mind of primitive man (1911) attacca il razzismo di Gobineau, Chamberlain e Grant e sostiene che la mente umana è sostanzialmente uguale in tutti i gruppi. In un passo raccolto nel 1940 in Race, Language, and Culture, come riporta la Stanford Encyclopedia of Philosophy, scrive che i dati dell’etnologia legano alla vita sociale e alla storia del proprio popolo sia le conoscenze sia le emozioni.

    Boas e le sue allieve Margaret Mead e Ruth Benedict hanno diffuso il senso largo della parola. Secondo Brumann, Boas mostrò nel 1912 che perfino la forma del cranio varia per cause sociali; Mead (1928) e Benedict (1934, 1946) che la cultura in cui si cresce segna a lungo la personalità. Brumann lo giudica un risultato importante, in anni in cui il razzismo scientifico non era ancora stato smontato del tutto.

    L’antropologia culturale nasce negli Stati Uniti all’inizio del Novecento, soprattutto per opera di Boas e dei suoi allievi. La Treccani la distingue dall’antropologia sociale britannica, sviluppata dopo il 1870, perché mette al centro la nozione di cultura, e Brumann ricorda che il ramo nordamericano prende il nome proprio da quella nozione.

    Relativismo culturale ed etnocentrismo

    Il sociologo William G. Sumner definisce l’etnocentrismo nel libro Folkways, del 1906. Indica l’abitudine di giudicare gli altri gruppi con i valori e i costumi con cui si è cresciuti, e secondo la Treccani porta quasi sempre a sopravvalutare la propria cultura e a svalutare quella altrui.

    L’idea che norme e valori nascano da convenzioni è antica. La Stanford Encyclopedia of Philosophy la fa risalire allo storico greco Erodoto (circa 484-425 a.C.), ma il relativismo culturale si diffonde solo nel Novecento, con l’antropologia. In antropologia il termine indica gli orientamenti della scuola di Boas, che studiano ogni cultura nel suo tempo e nel suo luogo invece di metterle in fila per confrontarle. Con il «principio del relativismo culturale» di Herskovits le idee di Boas diventano la linea dominante dell’antropologia; in un testo del 1955 Herskovits lo riassume così: i giudizi nascono dall’esperienza, e l’esperienza passa sempre per l’enculturazione di chi giudica.

    Il nucleo dell’idea, per la Stanford Encyclopedia of Philosophy, è che le prospettive e i valori culturali abbiano pari dignità e varino col contesto in cui nascono. Ritenere un modo di vedere oggettivamente superiore agli altri è, per i relativisti, proprio etnocentrismo. La Treccani aggiunge che il relativismo culturale è anche un metodo per conoscere gli altri dall’interno, e fa sua l’indicazione di Malinowski di capire come l’abitante delle isole Trobriand vede il proprio mondo. In Local Knowledge, che la Stanford Encyclopedia cita, Geertz tratta relativismo culturale e storico come un’idea sola: un popolo lontano e un’epoca passata immaginano il mondo in modi che non si leggono con facilità come se fossero i nostri.

    Esempio pratico: un turista che trova scortese un modo di salutare diverso dal suo sta misurando gli altri con i costumi di casa, cioè con l’etnocentrismo descritto da Sumner. L’approccio relativista parte da un’altra domanda: che cosa significa quel saluto per chi lo fa?

    Malinowski e la cultura come risposta ai bisogni

    Bronisław Malinowski, antropologo sociale polacco poi cittadino britannico, nasce a Cracovia nel 1884 e muore a New Haven nel 1942. Fra il 1914 e il 1918 fa ricerca in Nuova Guinea, soprattutto nelle isole Trobriand, e da quel lavoro, raccontato in Argonauts of the Western Pacific (1922), nasce il metodo della ricerca sul campo, in particolare l’osservazione partecipante.

    La Treccani lo indica come il padre abituale del funzionalismo. Nella voce «Cultura» scritta nel 1931 per un’enciclopedia delle scienze sociali, Malinowski sostiene che in ogni civiltà ogni usanza, oggetto, idea e credenza ha un compito dentro un tutto organico. Nella lettura di Remotti la cultura è per lui anzitutto la risposta ai bisogni biologici delle persone: i bisogni sono gli stessi per tutti, le risposte cambiano molto da una cultura all’altra.

    Geertz e la cultura come trama di significati

    La definizione di Tylor comprendeva anche gli oggetti e le abitudini. Nel dopoguerra, ricostruisce Brumann, gli antropologi nordamericani spostano la cultura sul piano delle idee, e molti di loro, tra cui gli antropologi interpretativi come Clifford Geertz, la vedono fatta di significati, valori e sistemi simbolici.

    Geertz, nato a San Francisco nel 1926 e morto a Philadelphia nel 2006, pubblica The Interpretation of Cultures nel 1973, tradotto in italiano nel 1987. Remotti riassume così la sua idea: la cultura è un sistema di simboli, fonti di informazione che stanno fuori dal corpo umano, e il cervello da solo non saprebbe orientare il comportamento. Nel libro c’è anche l’immagine delle «ragnatele di significati» tessute dagli esseri umani stessi, dentro cui restano sospesi. Per la Treccani il compito dell’antropologo, secondo Geertz, è decifrare il significato di azioni, pratiche e riti di una comunità; è l’interpretazione di un’interpretazione, perché le persone danno già un senso a quello che fanno.

    Cultura materiale e immateriale

    Per cultura materiale il Vocabolario Treccani intende gli aspetti visibili di una cultura: gli oggetti d’arte, gli utensili di tutti i giorni, le costruzioni. Registra anche una tripartizione usata a volte, tra cultura ideologica, materiale e comportamentale.

    Brumann fa notare che pratiche e oggetti si condividono quanto le idee e i valori. Per questo molte definizioni antropologiche includono le pratiche, gli oggetti o entrambi, cioè la cultura materiale accanto a quella immateriale. Remotti nota che chi vede nella cultura solo un aiuto alla sopravvivenza tende a ridurla agli strumenti.

    Le critiche al concetto di cultura

    Negli anni Novanta e Duemila il termine viene criticato sempre più spesso dentro l’antropologia. I critici obiettano che parlare di culture fa pensare a blocchi chiusi e compatti, come l’insieme della definizione di Tylor. Per Brumann la formulazione più sintetica di questa posizione è il saggio Writing against culture di Lila Abu-Lughod (1991), che invita a scrivere contro il concetto. La filosofa Michele Moody-Adams (1997) descrive le culture come porose, piene di contraddizioni e aperte al cambiamento.

    Altri contestano quanto le culture siano davvero diverse. Secondo Brown (2004), costanti dell’esperienza umana come l’empatia, la paura, la parentela e i riti per la nascita e la morte smentiscono una parte della diversità descritta dagli etnografi.

    Brumann ricorda che le differenze erano difficili da negare: la maggior parte dei giapponesi si saluta in modo diverso dalla maggior parte degli italiani. Eppure, scrive, lo scetticismo sembra aver prevalso, e gli antropologi parlano molto meno di cultura e di culture specifiche. Lui propone di vedere la cultura come una cassetta degli attrezzi di risposte collaudate, riprendendo un’idea di Swidler (1986), e ricorda che comportamenti trasmessi socialmente sono stati documentati in molte specie animali, soprattutto grandi scimmie e cetacei.

    Presentazione

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    Slide 1 della presentazione su Definizione di cultura in antropologia, da Tylor a Geertz: Definizione di culturaSlide 2 della presentazione su Definizione di cultura in antropologia, da Tylor a Geertz: Un neonato francese cresciuto in Cina, che lingua parlerà?Slide 3 della presentazione su Definizione di cultura in antropologia, da Tylor a Geertz: Dal latino colere al 1991Slide 4 della presentazione su Definizione di cultura in antropologia, da Tylor a Geertz: Capitolo 01: Due sensi della parolaSlide 5 della presentazione su Definizione di cultura in antropologia, da Tylor a Geertz: Chi ha una cultura?Slide 6 della presentazione su Definizione di cultura in antropologia, da Tylor a Geertz: Capitolo 02: Tylor, 1871Slide 7 della presentazione su Definizione di cultura in antropologia, da Tylor a Geertz: Da Cicerone a Londra, 1871Slide 8 della presentazione su Definizione di cultura in antropologia, da Tylor a Geertz: Inculturazione o acculturazione?Slide 9 della presentazione su Definizione di cultura in antropologia, da Tylor a Geertz: Capitolo 03: Da Boas a GeertzSlide 10 della presentazione su Definizione di cultura in antropologia, da Tylor a Geertz: Tra il 1911 e il 1973: Franz Boas, Bronisław Malinowski, Clifford GeertzSlide 11 della presentazione su Definizione di cultura in antropologia, da Tylor a Geertz: Nuova Guinea, 1914-1918Slide 12 della presentazione su Definizione di cultura in antropologia, da Tylor a Geertz: Ideologica · Materiale · ComportamentaleSlide 13 della presentazione su Definizione di cultura in antropologia, da Tylor a Geertz: Capitolo 04: Le critiche dagli anni NovantaSlide 14 della presentazione su Definizione di cultura in antropologia, da Tylor a Geertz: La cultura è una cosa solo umana.Slide 15 della presentazione su Definizione di cultura in antropologia, da Tylor a Geertz: Chi definisce l'etnocentrismo, e in quale libro?Slide 16 della presentazione su Definizione di cultura in antropologia, da Tylor a Geertz: Il Recap completo, con quiz e mappa
    Lampo10 slideIl filo essenziale, per presentarlo in classeCompleta16 slideTutti i capitoli e gli approfondimenti

    Falsi miti

    • ✗ Mito Avere cultura significa essere istruiti: chi non ha studiato non ha cultura.

      ✓ Realtà Questo è il senso classico della parola, che secondo Remotti riguarda solo alcune persone di alcune società. Il senso antropologico descrive il modo di vivere di un gruppo e vale per chiunque ne faccia parte, perché ogni persona impara dal suo gruppo una lingua, dei costumi e delle credenze. Per questo si parla di cultura maori o di cultura dei giovani, e lì l'essere colti non c'entra.

    • ✗ Mito La cultura si porta nel sangue: si nasce con quella del proprio popolo.

      ✓ Realtà Nella lettura di Remotti, già per Tylor la cultura si acquisisce perché si appartiene a un gruppo, e non passa per via genetica. Remotti porta l'esempio di un neonato francese cresciuto in Cina, che impara lingua e cultura cinesi come i suoi coetanei. Per Kroeber anche la lingua è un prodotto sociale, acquisito per intero e non ereditato.

    • ✗ Mito Ogni popolo ha una cultura compatta che resta uguale nei secoli.

      ✓ Realtà Brumann segnala proprio questo come un errore diffuso nell'uso comune. Per lui il cambiamento è la condizione normale di una cultura, e non potrebbe essere altrimenti; la filosofa Michele Moody-Adams (1997) le vede porose, contraddittorie e capaci di cambiare.

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    • Definizione di cultura
      • Due sensi della parola
        • Senso comune Istruzione, arte, buone maniere
        • Senso antropologico Il modo di vivere condiviso da un gruppo
      • Storia della parola
        • Colere, coltivare
        • Cicerone, cultura animi
        • Pufendorf, 1672 Costumi di intere società, secondo Hahn citato da Brumann
        • Herder Entrano gli oggetti e le culture al plurale
      • Tylor, 1871
        • Un insieme complesso Conoscenze, credenze, arte, morale, diritto, costumi
        • Si acquisisce in società
        • Lettura evoluzionista Popoli messi in fila per gradi di civiltà
      • Dopo Tylor
        • Boas Storia interna e contatti con i vicini
        • Malinowski Risposta ai bisogni, ricerca sul campo
        • Geertz Trama di significati, 1973
      • Concetti da verifica
        • Inculturazione Si assorbe la propria cultura crescendo
        • Acculturazione Cambiamento per contatto con altri popoli
        • Relativismo culturale
        • Etnocentrismo Definito da Sumner, 1906
      • Le critiche
        • Abu-Lughod, 1991 Writing against culture
        • Culture porose Moody-Adams, 1997
        • Cassetta degli attrezzi La proposta di Brumann

    Quiz: mettiti alla prova

    Rispondi alle domande per verificare quanto hai imparato: riceverai subito la correzione e una breve spiegazione.

    Voto 0/10 0/5
    1 Secondo Francesco Remotti, a chi si deve la prima definizione compiuta di cultura in senso antropologico?

    Remotti attribuisce la prima definizione compiuta all'inglese Edward B. Tylor, che la mette in apertura di Primitive Culture, uscito a Londra nel 1871. Boas, Malinowski e Geertz lavorano tutti dopo di lui.

    2 Che cosa si intende per inculturazione?

    L'inculturazione è il modo in cui una persona fa propria la cultura del suo gruppo crescendo. La prima opzione descrive l'acculturazione, che la Treccani avverte di non confondere con l'inculturazione; la seconda è l'etnocentrismo.

    3 Chi definisce l'etnocentrismo, e in quale libro?

    Lo definisce il sociologo William G. Sumner, in Folkways nel 1906, come la tendenza a giudicare gli altri secondo le usanze del proprio gruppo. Herskovits è legato invece al principio del relativismo culturale.

    4 Come vede la cultura Bronisław Malinowski?

    Per Malinowski, padre abituale del funzionalismo, la cultura serve anzitutto a soddisfare i bisogni delle persone, e ogni usanza, oggetto o credenza svolge un compito dentro il tutto. La cultura come sistema di simboli è l'idea di Geertz; la scala di sviluppo è la lettura evoluzionista di Tylor.

    5 Vero o falso? Secondo Christoph Brumann la cultura è una caratteristica solo umana.

    Brumann include nella cultura anche altre specie: comportamenti tramandati per via sociale si osservano soprattutto nelle grandi scimmie e nei cetacei.

    Risposte: 1-B · 2-C · 3-A · 4-D · 5-B

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    Per gli antropologi la cultura è il modo di vivere che una persona impara crescendo in un gruppo, con le sue conoscenze, credenze, regole e abitudini. Secondo Francesco Remotti la prima definizione compiuta in questo senso la dà l'inglese Edward B. Tylor nel 1871. Così intesa, una cultura ce l'ha anche chi non ha mai studiato, come chiunque viva in una società. Franz Boas sposta lo sguardo sulle culture al plurale, Malinowski lega la cultura ai bisogni e Geertz ai significati. Negli anni Novanta e Duemila le critiche al concetto crescono dentro l'antropologia, perché fa pensare a gruppi chiusi e compatti.

    Domande e risposte

    Qual è il significato di cultura in antropologia?

    Per un antropologo la cultura è il modo di vivere condiviso da un gruppo umano, compresi i costumi, le credenze e gli oggetti. Ne ha una chiunque viva in una società. Il significato di tutti i giorni, quello di «persona di cultura», indica invece l'istruzione.

    Chi ha dato la prima definizione antropologica di cultura?

    Secondo Francesco Remotti è l'inglese Edward B. Tylor, che la scrive nel primo capitolo di Primitive Culture, pubblicato a Londra nel 1871. La sua definizione mette insieme saperi e credenze, arte e morale, diritto e costumi, cioè quello che si acquisisce vivendo in società.

    Che differenza c'è tra inculturazione e acculturazione?

    L'inculturazione è il modo in cui ognuno assorbe la cultura del proprio gruppo mentre cresce, soprattutto nell'infanzia. L'acculturazione è il cambiamento che una cultura subisce quando entra in contatto con altri popoli. La Treccani segnala che la seconda parola viene a volte usata al posto della prima, ed è un errore.

    Anche gli animali hanno una cultura?

    Per Christoph Brumann, nell'Open Encyclopedia of Anthropology (2026), sì: la cultura non riguarda soltanto la nostra specie. In molti animali, soprattutto tra le grandi scimmie e i cetacei, si osservano comportamenti che passano da un individuo all'altro per via sociale.

    Fonti consultate

    • Edward B. Tylor, Primitive Culture, vol. I, London, John Murray, 1871 (Internet Archive)
    • Francesco Remotti, «Cultura», Enciclopedia delle scienze sociali, Treccani (1992)
    • Christoph Brumann, «Culture», The Open Encyclopedia of Anthropology (2026)
    • Maria Baghramian e J. Adam Carter, «Relativism», Stanford Encyclopedia of Philosophy
    • Treccani, Vocabolario on line, voce «cultura»
    • Treccani, Enciclopedia on line, voce «Etnocentrismo»
    • Treccani, Enciclopedia on line, voce «Acculturazione»
    • Treccani, Enciclopedia on line, voce «Inculturazione»
    • Treccani, Enciclopedia on line, voce «Antropologia culturale»
    • Treccani, Enciclopedia on line, voce «Relativismo»
    • Treccani, Enciclopedia on line, voce «Boas, Franz»
    • Treccani, Enciclopedia on line, voce «Malinowski, Bronisław»
    • Treccani, Enciclopedia on line, voce «Funzionalismo»
    • Treccani, Enciclopedia on line, voce «Geertz, Clifford James»
    • William Graham Sumner, Folkways, Boston, Ginn and Company, 1906 (Internet Archive)

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