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Definizione di cultura in antropologia, da Tylor a Geertz | |||||||||||||||||||||
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Definizione di cultura in antropologia, da Tylor a GeertzCosa stampare Con "Margini: predefiniti" compaiono anche i numeri di pagina. SlideScegli il taglio Lampo10 slideIl filo essenziale, per presentarlo in classeCompleta16 slideTutti i capitoli e gli approfondimentiTutte e due hanno le note del relatore. In 30 secondi lettura lampoPer gli antropologi la cultura è il modo di vivere che una persona impara crescendo in un gruppo, con le sue conoscenze, credenze, regole e abitudini. Secondo Francesco Remotti la prima definizione compiuta in questo senso la dà l'inglese Edward B. Tylor nel 1871. Così intesa, una cultura ce l'ha anche chi non ha mai studiato, come chiunque viva in una società. Franz Boas sposta lo sguardo sulle culture al plurale, Malinowski lega la cultura ai bisogni e Geertz ai significati. Negli anni Novanta e Duemila le critiche al concetto crescono dentro l'antropologia, perché fa pensare a gruppi chiusi e compatti. Punti Chiave
I numeri chiave
L'ApprofondimentoCultura nel senso comune e nel senso antropologicoNell’italiano di tutti i giorni un «uomo di cultura» è una persona istruita. Il Vocabolario Treccani mette questo significato al primo posto: le conoscenze che uno si costruisce studiando e facendo esperienza. Alle scienze sociali la Treccani dedica un significato a parte, più tecnico, che abbraccia le attività materiali con cui un gruppo vive accanto ai suoi modelli di comportamento, ai simboli, alle credenze e ai valori. Francesco Remotti, che ha scritto la voce «Cultura» dell’Enciclopedia delle scienze sociali (1992), tiene ben separate le due idee. Quella classica è un ideale di formazione della singola persona e indica come si dovrebbe essere; tocca solo alcune persone di alcune società. Quella moderna, affermata dalle scienze sociali, descrive come vivono i gruppi umani e riguarda chiunque faccia parte di un gruppo. Quando si parla della cultura maori o della cultura dei giovani si usa questo secondo senso, che con l’essere colti o incolti non ha niente a che vedere. Christoph Brumann, autore della voce «Culture» dell’Open Encyclopedia of Anthropology (2026), osserva che nell’uso comune la parola richiama l’arte e le buone maniere; per l’antropologia copre molto di più, cioè i comportamenti, i sentimenti e i modi di pensare che i membri di un gruppo hanno in comune.
Gli antropologi usano la parola anche in due numeri. Al singolare indica la cultura umana nel suo complesso; al plurale le culture di gruppi specifici, che per Brumann possono essere i giapponesi, i ciclisti o i fornai. Da colere a Pufendorf, la storia della parolaCultura viene dal latino, dal verbo colere, coltivare, con il participio passato cultus. Remotti ricorda che il verbo copriva molte azioni: venerare una divinità, coltivare la terra, esercitare una facoltà, abitare un luogo, ornare il corpo. Da questa immagine agricola nascono entrambe le idee di cultura. Cicerone, nelle Tusculanae disputationes, chiama la filosofia cultura animi, coltivazione dell’animo, ed è il senso classico che arriva fino al nostro «uomo di cultura». Brumann ricostruisce il passaggio in un altro modo. All’inizio la parola indica i prodotti della coltivazione, come i raccolti o le colture di batteri, e poi i frutti del coltivare sé stessi. Il primo a usarla per i costumi e le abitudini di intere società, secondo uno studio di Hahn (2002) che Brumann cita, fu il filosofo tedesco Samuel von Pufendorf nel 1672. Attraverso pensatori come Herder questo uso arriva ai fondatori dell’antropologia nell’Ottocento. Con Herder nella cultura entrano anche oggetti come archi e frecce. In lui Remotti vede già l’idea che le forme di vita umane siano molte e non si lascino ridurre a una sola, la radice delle culture al plurale. La definizione di Tylor del 1871Nel 1871 l’editore John Murray pubblica a Londra Primitive Culture dell’inglese Edward B. Tylor. Il primo capitolo si apre con la definizione. Cultura e civiltà, intese in senso etnografico largo, formano per Tylor un insieme complesso: conoscenze, credenze, arte, morale, diritto, costumi e qualunque altra capacità o abitudine che una persona prende in quanto membro di una società. Remotti la considera la prima definizione compiuta di cultura in senso antropologico. Nella lettura di Remotti la definizione contiene alcune idee che restano. La cultura si acquisisce e non passa per via genetica, e si impara proprio perché si appartiene a un gruppo sociale. Comprende poi molte attività, ben oltre quelle intellettuali che contavano per i filosofi. Tylor però guarda la cultura con gli occhi dell’evoluzionismo. Le somiglianze tra le civiltà dipenderebbero da cause uniformi, e i diversi gradi di civiltà sarebbero stadi di uno sviluppo, ognuno figlio della storia che lo precede. Lo stesso Tylor dichiara di dedicare i due volumi soprattutto al confronto tra le tribù che chiama inferiori e le nazioni che chiama superiori: la gerarchia tra i popoli è parte del suo impianto.
La cultura si impara: inculturazione e acculturazioneAlfred L. Kroeber spiega il concetto antropologico di cultura nel saggio The superorganic, del 1917, con un esempio preso dall’Artico. Gli altri mammiferi che ci vivono hanno il pelo folto; l’essere umano si copre con le pellicce degli animali. Anche la lingua, per Kroeber, si acquisisce interamente ed è un prodotto della società.
Il nome di questo processo è inculturazione. Nelle scienze umane indica l’assimilazione della propria cultura durante la socializzazione, soprattutto nell’infanzia. Melville J. Herskovits, nel 1955, parlava di enculturazione: ognuno legge la propria esperienza attraverso la cultura in cui è cresciuto. Remotti osserva che con l’età diventa sempre più difficile fare propria una cultura diversa da quella in cui ci si è formati. La Treccani mette in guardia da una confusione. Acculturazione è un’altra cosa: il cambiamento che la cultura di un popolo subisce per il contatto con altri popoli, e a volte la si usa male al posto di inculturazione. Boas e le culture al pluraleFranz Boas, etnologo tedesco nato a Minden nel 1858 e morto a New York nel 1942, porta l’antropologia lontano dall’evoluzionismo e dal metodo comparativo. Per lui ogni cultura nasce dalla propria storia interna e dai rapporti con le culture vicine. Nel libro The mind of primitive man (1911) attacca il razzismo di Gobineau, Chamberlain e Grant e sostiene che la mente umana è sostanzialmente uguale in tutti i gruppi. In un passo raccolto nel 1940 in Race, Language, and Culture, come riporta la Stanford Encyclopedia of Philosophy, scrive che i dati dell’etnologia legano alla vita sociale e alla storia del proprio popolo sia le conoscenze sia le emozioni. Boas e le sue allieve Margaret Mead e Ruth Benedict hanno diffuso il senso largo della parola. Secondo Brumann, Boas mostrò nel 1912 che perfino la forma del cranio varia per cause sociali; Mead (1928) e Benedict (1934, 1946) che la cultura in cui si cresce segna a lungo la personalità. Brumann lo giudica un risultato importante, in anni in cui il razzismo scientifico non era ancora stato smontato del tutto. L’antropologia culturale nasce negli Stati Uniti all’inizio del Novecento, soprattutto per opera di Boas e dei suoi allievi. La Treccani la distingue dall’antropologia sociale britannica, sviluppata dopo il 1870, perché mette al centro la nozione di cultura, e Brumann ricorda che il ramo nordamericano prende il nome proprio da quella nozione. Relativismo culturale ed etnocentrismoIl sociologo William G. Sumner definisce l’etnocentrismo nel libro Folkways, del 1906. Indica l’abitudine di giudicare gli altri gruppi con i valori e i costumi con cui si è cresciuti, e secondo la Treccani porta quasi sempre a sopravvalutare la propria cultura e a svalutare quella altrui. L’idea che norme e valori nascano da convenzioni è antica. La Stanford Encyclopedia of Philosophy la fa risalire allo storico greco Erodoto (circa 484-425 a.C.), ma il relativismo culturale si diffonde solo nel Novecento, con l’antropologia. In antropologia il termine indica gli orientamenti della scuola di Boas, che studiano ogni cultura nel suo tempo e nel suo luogo invece di metterle in fila per confrontarle. Con il «principio del relativismo culturale» di Herskovits le idee di Boas diventano la linea dominante dell’antropologia; in un testo del 1955 Herskovits lo riassume così: i giudizi nascono dall’esperienza, e l’esperienza passa sempre per l’enculturazione di chi giudica. Il nucleo dell’idea, per la Stanford Encyclopedia of Philosophy, è che le prospettive e i valori culturali abbiano pari dignità e varino col contesto in cui nascono. Ritenere un modo di vedere oggettivamente superiore agli altri è, per i relativisti, proprio etnocentrismo. La Treccani aggiunge che il relativismo culturale è anche un metodo per conoscere gli altri dall’interno, e fa sua l’indicazione di Malinowski di capire come l’abitante delle isole Trobriand vede il proprio mondo. In Local Knowledge, che la Stanford Encyclopedia cita, Geertz tratta relativismo culturale e storico come un’idea sola: un popolo lontano e un’epoca passata immaginano il mondo in modi che non si leggono con facilità come se fossero i nostri.
Malinowski e la cultura come risposta ai bisogniBronisław Malinowski, antropologo sociale polacco poi cittadino britannico, nasce a Cracovia nel 1884 e muore a New Haven nel 1942. Fra il 1914 e il 1918 fa ricerca in Nuova Guinea, soprattutto nelle isole Trobriand, e da quel lavoro, raccontato in Argonauts of the Western Pacific (1922), nasce il metodo della ricerca sul campo, in particolare l’osservazione partecipante. La Treccani lo indica come il padre abituale del funzionalismo. Nella voce «Cultura» scritta nel 1931 per un’enciclopedia delle scienze sociali, Malinowski sostiene che in ogni civiltà ogni usanza, oggetto, idea e credenza ha un compito dentro un tutto organico. Nella lettura di Remotti la cultura è per lui anzitutto la risposta ai bisogni biologici delle persone: i bisogni sono gli stessi per tutti, le risposte cambiano molto da una cultura all’altra. Geertz e la cultura come trama di significatiLa definizione di Tylor comprendeva anche gli oggetti e le abitudini. Nel dopoguerra, ricostruisce Brumann, gli antropologi nordamericani spostano la cultura sul piano delle idee, e molti di loro, tra cui gli antropologi interpretativi come Clifford Geertz, la vedono fatta di significati, valori e sistemi simbolici. Geertz, nato a San Francisco nel 1926 e morto a Philadelphia nel 2006, pubblica The Interpretation of Cultures nel 1973, tradotto in italiano nel 1987. Remotti riassume così la sua idea: la cultura è un sistema di simboli, fonti di informazione che stanno fuori dal corpo umano, e il cervello da solo non saprebbe orientare il comportamento. Nel libro c’è anche l’immagine delle «ragnatele di significati» tessute dagli esseri umani stessi, dentro cui restano sospesi. Per la Treccani il compito dell’antropologo, secondo Geertz, è decifrare il significato di azioni, pratiche e riti di una comunità; è l’interpretazione di un’interpretazione, perché le persone danno già un senso a quello che fanno. Cultura materiale e immaterialePer cultura materiale il Vocabolario Treccani intende gli aspetti visibili di una cultura: gli oggetti d’arte, gli utensili di tutti i giorni, le costruzioni. Registra anche una tripartizione usata a volte, tra cultura ideologica, materiale e comportamentale. Brumann fa notare che pratiche e oggetti si condividono quanto le idee e i valori. Per questo molte definizioni antropologiche includono le pratiche, gli oggetti o entrambi, cioè la cultura materiale accanto a quella immateriale. Remotti nota che chi vede nella cultura solo un aiuto alla sopravvivenza tende a ridurla agli strumenti. Le critiche al concetto di culturaNegli anni Novanta e Duemila il termine viene criticato sempre più spesso dentro l’antropologia. I critici obiettano che parlare di culture fa pensare a blocchi chiusi e compatti, come l’insieme della definizione di Tylor. Per Brumann la formulazione più sintetica di questa posizione è il saggio Writing against culture di Lila Abu-Lughod (1991), che invita a scrivere contro il concetto. La filosofa Michele Moody-Adams (1997) descrive le culture come porose, piene di contraddizioni e aperte al cambiamento. Altri contestano quanto le culture siano davvero diverse. Secondo Brown (2004), costanti dell’esperienza umana come l’empatia, la paura, la parentela e i riti per la nascita e la morte smentiscono una parte della diversità descritta dagli etnografi. Brumann ricorda che le differenze erano difficili da negare: la maggior parte dei giapponesi si saluta in modo diverso dalla maggior parte degli italiani. Eppure, scrive, lo scetticismo sembra aver prevalso, e gli antropologi parlano molto meno di cultura e di culture specifiche. Lui propone di vedere la cultura come una cassetta degli attrezzi di risposte collaudate, riprendendo un’idea di Swidler (1986), e ricorda che comportamenti trasmessi socialmente sono stati documentati in molte specie animali, soprattutto grandi scimmie e cetacei. PresentazioneSlide pronte da scaricare e fare tue in PowerPoint o Google Slides, con le note del relatore. Scegli il taglio Lampo o quello Completo. ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() Falsi miti
Mappa concettualeTrascina lo sfondo per muoverti e i nodi per riposizionarli; usa − e + per chiudere e aprire i rami.
Quiz: mettiti alla provaRispondi alle domande per verificare quanto hai imparato: riceverai subito la correzione e una breve spiegazione. Voto 0/10 0/5
FlashcardsTocca la carta per girarla e verifica se ricordi la risposta, poi passa alla successiva. 1 / 7 Spiegalo con parole tueIl test definitivo: se sai spiegarlo con parole semplici, lo hai capito davvero. Scrivi la tua spiegazione, poi confrontala col Recap. La tua spiegazione resta salvata solo su questo dispositivo.
Domande e risposteQual è il significato di cultura in antropologia?Per un antropologo la cultura è il modo di vivere condiviso da un gruppo umano, compresi i costumi, le credenze e gli oggetti. Ne ha una chiunque viva in una società. Il significato di tutti i giorni, quello di «persona di cultura», indica invece l'istruzione. Chi ha dato la prima definizione antropologica di cultura?Secondo Francesco Remotti è l'inglese Edward B. Tylor, che la scrive nel primo capitolo di Primitive Culture, pubblicato a Londra nel 1871. La sua definizione mette insieme saperi e credenze, arte e morale, diritto e costumi, cioè quello che si acquisisce vivendo in società. Che differenza c'è tra inculturazione e acculturazione?L'inculturazione è il modo in cui ognuno assorbe la cultura del proprio gruppo mentre cresce, soprattutto nell'infanzia. L'acculturazione è il cambiamento che una cultura subisce quando entra in contatto con altri popoli. La Treccani segnala che la seconda parola viene a volte usata al posto della prima, ed è un errore. Anche gli animali hanno una cultura?Per Christoph Brumann, nell'Open Encyclopedia of Anthropology (2026), sì: la cultura non riguarda soltanto la nostra specie. In molti animali, soprattutto tra le grandi scimmie e i cetacei, si osservano comportamenti che passano da un individuo all'altro per via sociale. Ogni Recap passa da una revisione indipendente prima della pubblicazione. |














